Il cinema più piccolo del mondo: come 12 sedie salvano un borgo dallo spopolamento
Sempre più spesso nei piccoli borghi d’Italia chiudono scuole, uffici postali, farmacie e negozi. I cinema sono tra i primi presìdi culturali a scomparire, lasciando dietro di sé non soltanto uno schermo spento, ma un vuoto di relazioni, di incontri, di comunità. Eppure, proprio da uno dei borghi più piccoli dell’Appennino arriva una risposta che merita di essere osservata con attenzione. A Longone Sabino, in provincia di Rieti, appena 577 abitanti un vecchio ufficio postale è tornato a vivere trasformandosi in una sala cinematografica. Dodici posti appena e un nome affettuoso in dialetto: U Cinemittu. Un’idea semplice e potente che potrebbe diventare un modello per centinaia di piccoli comuni italiani. L’iniziativa nasce dalla sensibilità dell’attore Luca Marinelli, legato al paese dalle proprie radici familiari, e prende forma grazie al lavoro della cofondatrice Gabriella Guido, insieme all’associazione Biblioteca Verde, alla Pro Loco, ad Arci, Ucca e all’amministrazione comunale. L’intuizione è tanto elementare quanto rivoluzionaria: recuperare uno spazio pubblico inutilizzato, arredarlo con materiali donati, coinvolgere una rete di istituzioni culturali e offrire cinema di qualità a ingresso libero o a offerta volontaria. Con investimenti contenuti si restituisce così al paese un luogo di incontro capace di generare socialità, cultura e nuove occasioni economiche. I risultati sono arrivati in poco tempo. Attorno alla piccola sala ha riaperto anche l’antica osteria del paese, chiusa da oltre quarant’anni. Le proiezioni attirano visitatori, riportano a Longone chi vive altrove ma conserva qui la propria casa e i propri ricordi. Il valore di U Cinemittu va oltre, la sua forza sta nella replicabilità. Negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso oltre un migliaio di sale cinematografiche. Intere aree interne sono oggi prive di un cinema nel raggio di decine di chilometri. È una crisi che non riguarda soltanto l’intrattenimento: quando chiude una sala scompare uno dei pochi luoghi dove una comunità può ritrovarsi, discutere, condividere emozioni e costruire appartenenza. Serve la capacità di leggere il patrimonio esistente, recuperare edifici pubblici abbandonati, costruire alleanze tra amministrazioni, associazioni, volontariato e istituzioni culturali. In un tempo in cui tanti servizi continuano a spegnersi, Longone Sabino ci ricorda che basta una stanza, dodici sedie e una comunità che crede nel proprio futuro per riaccendere non solo un proiettore, ma anche la rinascita di un territorio.
Fonte: avvenire.it

